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Ponencia de Francesco Casetti en el Congreso Mundial de Televisiones Católicas

Participación de Francesco Casetti, Director del Departamento de Ciencias de la Comunicación y del Espectáculo de la Universidad Católica del Sagrado Corazón de Milán

PONENCIA DE FRANCESCO CASETTI EN EL CONGRESO MUNDIAL DE TELEVISIONES CATÓLICAS
11/10/2006

CONGRESSO MONDIALE DI TELEVISIONI CATTOLICHE
Madrid, 11 ottobre 2006

[Bozza della relazione]

IL SISTEMA TELEVISIVO NELL’EVOLUZIONE DEI MEDIA

1. La convergenza dei media

Oggi nel mondo assistiamo al progressivo complessificarsi del panorama mediale e televisivo contemporaneo. Da una parte, infatti, è in atto un processo di integrazione tra i media (convergence). Questa integrazione nasce da una ragione tecnica: tutti media, tradizionali e nuovi, stanno progressivamente adottando un unico segnale, quello digitale. Questa trasformazione è sotto i nostri occhi: il disco di vinile è stato sostituito da tempo dal CD; più recentemente, le macchine fotografiche hanno abbandonato la pellicola a favore di un supporto elettronico; lo stesso cinema usa sempre più spesso il digitale già in fase di riprese, e tra poco anche in sede di offerta al pubblico; e anche la televisione diventa digitale. La conseguenza è che quelli che erano media diversi e distinti, oggi confluiscono verso piattaforme di gestione uniche. Il nostro PC fa ormai quello che facevano separatamente il giradischi, il videolettore, l’album fotografico, il telefono. Ma anche il nostro cellulare non è da meno. Dall’altra parte assistiamo all'indebolimento della distinzione tra canali di diffusione e media, in virtù del quale un medesimo medium circola su differenti canali di distribuzione e in un singolo canale di distribuzione possono convivere diversi media; contemporaneamente osserviamo anche l'allentarsi del vincolo rigido tra contenuti e specifici media, intesi come sia come piattaforme tecnologiche che come istituzioni socio-culturali. Infine, la diffusione delle tecnologie di produzione digitale, più economiche, più duttili e più veloci, ha enormemente aumentato l’offerta di contenuti audiovisivi, aprendo di fatto le porte a una produzione “dal basso” e a una circolazione “orizzontale” dei contenuti stessi. Si tratta di una ridefinizione di sistema che è stata accelerata e resa non più eludibile dal diffondersi della banda larga e delle tecnologie mobili, oltre che dall’assestarsi di nuovi standard tecnologici (di trasmissione e di compressione ad esempio) e che è inevitabilmente accompagnata da una serie di profondi mutamenti nel panorama mediale. Ricorderò alcuni di questi cambiamenti, partendo da quelli che investono principalmente le imprese di comunicazione, per arrivare a quelli che riguardano soprattutto i fruitori, i consumatori di comunicazione.

2. Le nuove imprese della comunicazione

Per quanto riguarda le imprese di comunicazione, c’è da dire innanzitutto che la convergenza porta in qualche modo ad un profondo ripensamento dei “prodotti” o dei “formati” tradizionali. Ad esempio un film non solo viene fruito attraverso più terminali (dalla sala cinematografica al proprio PC), ma ha ormai anche versioni differenti rispetto ai diversi segmenti di mercato a cui viene destinato (versione TV, versione “d’autore” su cd-rom, ecc.); e soprattutto esso funziona da film in un ambiente (“window”) cinematografico, da prodotto editoriale se venduto in libreria, da documentazione se inserito in una pubblicazione venduta in edicola, ecc. Ciò a cui si assiste è ormai la nascita di prodotti multipiattaforma. Parallelamente la convergenza rappresenta la fine dei tradizionali comparti “specializzati”: le imprese rivolte alla gestione di un solo medium (imprese giornalistiche, imprese radiotelevisive, imprese cinematografiche) saranno sempre più costrette ad allargare i loro confini, e a diventare imprese multimediali.

Anche la specializzazione di tipo funzionale, per cui ci sono imprese che si occupano soprattutto del “trasporto” dei contenuti (e cioè della gestione delle reti: è il caso delle diverse Telecom europee) e imprese invece che si occupano soprattutto della preparazione dei contenuti (e cioè dei prodotti da far circolare: sono le imprese “editoriali” per prodotti multimediali), con la distinzione tra carriers e content providers, sembra soggetta a una continua ridefinizione di strategie di mercato. Il risultato sarà presumibilmente l’avvio di un doppio processo. Da un lato si avrà una moltiplicazione dei soggetti in campo, ciascuno pronto a gestire un segmento o una nicchia dell’industria dell’informazione e dello spettacolo. Sarà il caso di content provider specializzati su alcune aree di contenuto (sport, cinema, spettacolo, cultura, tempo libero, educazione, ma anche spiritualità…); content provider che potranno anche associarsi per intercettare settori particolari di mercato, e per realizzare utili sinergie reciproche. Dall’altro lato si avrà il rafforzarsi di alcuni oligopoli, sia nel campo dei content providers sia nel campo dei carriers.

In questo quadro, una annotazione che riguarda soprattutto l’Europa. Non è più pensabile che le imprese di “servizio pubblico” radiotelevisivo occupino una posizione privilegiata come è stato finora. La loro crisi è in atto già da tempo (Richeri 2002), soprattutto per la pressione esercitata dalla televisioni commerciali, che le obbligano ad una forma esasperata di concorrenza per la conquista dell’audience. La convergenza accelererà questa loro crisi, visto che le spingerà a trasformarsi in imprese multimediali operanti sul mercato globale (e dunque ad abbandonare definitivamente la loro missione “di servizio” iniziale), o al contrario, nel caso non riuscissero a “stare sul mercato”, le metterà a rischio di una evidente marginalizzazione. Ma è soprattutto sul terreno dell’innovazione (sia tecnologica che di linguaggi, contenuti, format e modelli di business) che i servizi pubblici dovranno dimostrare di reggere la sfida delle grandi imprese private.

3. Il nuovo consumatore di media

Dal punto di vista del consumatore, la convergenza dei media porta con sé mutamenti altrettanto importanti.

L’elemento decisivo appare essere la “piattaforma” da cui si attingono i prodotti. Il primo medium che si è strutturato come “piattaforma” è stato il computer: sul suo schermo, grazie alla connessione in rete, è possibile da tempo fruire di una gamma assai ampia di prodotti. Ma il PC ha oggi dei concorrenti: il telefono mobile, che funziona ormai da radio, schermo televisivo, schermo cinematografico, macchina fotografica, videorecorder, audiorecorder, ecc.; e la televisione, che oggi tende anch’essa a proporsi come piattaforma capace di integrare molte funzioni. E’ probabile che nel prossimo futuro la lotta tra le piattaforme si intensificherà, nel tentativo di farne emergere una rispetto all’altra. Ma è anche probabile che le diverse piattaforme continuino a coesistere. Ciò significa che si potranno avere diversi percorsi di consumo tipici.

Innanzitutto ci sarà chi consuma una grande varietà di prodotti sulla stessa piattaforma. Fiction, sport, informazione, ma anche servizi come l’e-banking o l’e-gambling, si renderanno disponibili da un unico schermo. La televisione digitale, di cui parlerò tra poco, persegue questo modello. Parallelamente però ci sarà chi consuma uno stesso tipo di prodotto su piattaforme diverse: lo sport, così come l’informazione, ecc., potranno essere seguiti sul telefonino, rivisti in Tv, approfonditi sul giornale, ecc. The Big Brother è stato il primo programma che ha provato a “girare” su più piattaforme.

Dunque lo stesso luogo per prodotti diversi, o lo stesso prodotto in luoghi diversi. C’è da aggiungere tuttavia una doppia osservazione. Innanzitutto un elemento che probabilmente è destinato ad emergere sempre più è lo “stile” del consumo. Non ci sono solo interessi, bisogni conoscitivi, ecc.: il consumo è anche una “pratica” e il modo in cui lo si compie è essenziale. Si pone qui un divario sempre più grande tra spettatori/consumatori fortemente passivi, e spettatori/consumatori attivi, che non solo vorranno scegliere il loro percorso di fruizione, ma anche operare sui programmi. Il modo in cui oggi i frequentatori di “spazi sociali” in Internet come MySpace o YouTube manipolano collettivamente certi prodotti è indicativo: ci sono film che grazie al Peer to Peer diventano delle opere che cambiano di mano in mano, non da vedere, ma da fare.

In secondo luogo il consumatore mediale si troverà sempre di più di fronte ad una offerta che da un lato propone una grande articolazione prodotti, format, posizioni, punti di vista, orientamenti, mentre dall’altro lato persegue una progressiva omologazione delle diverse opzioni. Dunque il consumatore avrà sempre più a che fare per un verso con una babele dei linguaggi, dall’altro con una sorta di koinè (ben rappresentata dal fatto che in moltissimi paesi si possono trovare letteralemente gli stessi format). Di qui una accentuazione della dialettica già sperimentata nella cultura di massa tra uniformità e differenza; con il rischio però di far considerare oggi la differenza non come ”alterità”, ma come “marginalità”, e cioè non visibilità nell’arena sociale, e non interconnessione con gli altri punti del sistema.

4. La televisione digitale

Nel processo di convergenza digitale dei media, oltre alla progressiva affermazione di internet – sempre più diffuso attraverso le linee a banda larga - quale piattaforma unica sulla quale far transitare non solo servizi on-line di tipo classico, ma anche la telefonia (attraverso i servizi di Voice over IP) e la televisione (attraverso la IP-TV), una rilevanza particolare ha il passaggio dalla televisione analogica alla televisione digitale e la più recente concretizzazione della convergenza tra televisione e telefonia (DVB-H). In Europa il passaggio alla televisione digitale è previsto nel lasso di tempo tra il 2006 e il 2012, anche se sono probabili degli slittamenti, legati al costo di questa trasformazione sia per le industrie radiotelevisive, sia per le famiglie.. Le diverse nazioni europee si trovano inoltre di fronte ad una scelta che riguarda le piattaforme digitali su cui investire. Le opzioni sono sempre più ampie e spesso compresenti: dalle piattaforme ormai tradizionali come il cavo e il satellite, alla più innovativa del digitale terrestre (DTT), fino, più recentemente, alla rete internet (IP-Tv) e alla telefonia mobile (DVB-H). L’Europa ha visto negli ultimi anni sviluppi diseguali a secondo delle diverse strategie di sviluppo adottate. Per quel che riguarda l’Italia, in assenza di un‘estesa copertura del cavo, il governo ha deciso per il DTT come piattaforma di base, accanto alle già presenti televisioni satellitari e - sebbene in minima quota - via cavo/fibra e DSL. Lo sviluppo in Italia è indubbiamente rapido se si considera che solo alla fine del 2005 si contavano circa 8 milioni e mezzo di abitazioni in grado di ricevere in digitale, quindi più del 40% del totale di abitazioni dotate di televisore (fonte: Osservatorio semestrale della Società dell’Informazione, N. 4, luglio 2006), sviluppo che vede il satellite come piattaforma più popolare ma che è trainato dal segmento della televisione digitale terrestre (DTT) caratterizzato dai più alti tassi di crescita, grazie anche all’accresciuta presenza di contenuti premium, il calcio in particolare. Alle scelte che riguardano il vettore di trasporto del segnale, se ne aggiungono altre, che investono la tipologia delle emittenti. In particolare, oggi in Europa è in atto l’allargamento dell’offerta: dalle emittenti di tipo generalista, ai canali tematici, soprattutto in ambiti di largo mercato come lo sport e il cinema, ma anche in ambiti che coinvolgono interessi e bisogni più specifici (medicina, tempo libero, ecc.). Parallelamente, accanto all’offerta free on air (con una differenza tra televisione pubblica a canone, e televisione commerciale gratuita) si sta ampiamente affermando in tutta Europa lo sviluppo delle televisioni pay, sia nella forma dell’abbonamento, sia nella nelle forme della pay per view ,Sempre esemplificando attraverso il caso italiano, le abitazioni che usufruiscono di servizi televisivi a pagamento hanno raggiunto alla fine del 2005 la cifra di 4,9 milioni di utenze, pari al 23% del totale utenze televisive (fonte: Osservatorio semestrale della Società dell’Informazione, N. 4, luglio 2006). In questo quadro il digitale terrestre (DTT) appare una soluzione controversa ma anche interessante. I suoi principali assets sono: maggior economicità del tv set per le famiglie; possibilità di ricevere (attraverso un unico top set box) programmi free e programmi pay; la mobilità; il mantenimento della dimensione nazionale e il possibile rispetto per la dimensione regionale. In generale rispetto al complesso scenario che si sta delineando, due paiono le tendenze in atto: da un lato, come già accennato, la sempre maggiore disponibilità di contenuti e servizi su diverse piattaforme, anche quelle non tradizionalmente televisive (Internet e telefonia), in virtù del crescente grado di convergenza tra i diversi settori dell’ICT; dall’altro, l’aumento sensibile dell’universo multichannel, che sta rappresentando il vero driver dell’offerta e del consumo a differenza dell’altra caratteristica comunicativa della televisione digitale da sempre profetizzata come rivoluzionaria: l’interattività. Mi soffermo su questo ultimo aspetto. La televisione digitale consente, al pari del computer, una comunicazione a due vie. Ciò significa che lo spettatore della televisione digitale può anche rispondere e intervenire su quanto gli viene proposto; e parallelamente, che le proposte della televisione digitale devono tener conto di questa possibilità di risposta e di intervento. Una tale situazione trasforma la natura della televisione, che da semplice “ricevitore” diventa appunto sempre più simile ad un PC (a questo proposito si parla di passaggio dal modello push - spingere un bottone per accendere il TV set – al modello pull - in cui non si “riceve” solo, si “chiede” anche). Anzi, la televisione digitale è destinata ad assorbire alcune funzioni del PC e dunque a diventarne in qualche modo un’alternativa (IDT: Integrated Digital TV). In particolare, è probabile la televisione digitale può assumere su di sé una serie di servizi fin qui studiati per il computer: in questo senso si parla già di T-commerce (può essere interessante il caso di Home Shopping Europe); di T-betting; di T-banking; T-Goverment, ecc. Il risultato sarà quello di fare della televisione sempre più un “ambiente avvolgente” in cui collocarsi (anziché un semplice schermo su cui fruire notizie o spettacoli), potendosi così affermare l’utopia di un “sito” personale, in cui collocarsi (o rintanarsi), il sogno di una “individualized TV” o di una “personal TV”. A fronte di tali nuove possibilità tecnologiche e comunicative rimane naturalmente ancora l’incognita rispetto ai reali comportamenti di consumo degli spettatori e all’effettiva offerta di interattività da parte degli operatori.

5. La televisione digitale: un nuovo orientamento mediale?

Questi ultimi dati ci dicono che la televisione digitale accelera una trasformazione dei media da broadcasting oriented a customer oriented. L’importante non è fornire informazioni o spettacolo, ma fornire quello che lo spettatore vuole nel campo dell’informazione e dello spettacolo. Tuttavia, nel fornire contenuti e servizi “a misura d’utente”, la televisione accelera anche la natura di “merce” (commodity) dei suoi programmi e dei suoi prodotti. In questo senso possiamo usare una metafora: la tv non è certo più uno specchio del mondo attraverso cui un soggetto sociale può prendere contatto con la realtà e vivere una esperienza mediata; ma non è neppure più la vetrina di un negozio da cui si affacciano luccicanti prodotti culturali; è diventata piuttosto un supermarket, organizzato in diversi reparti e scaffali, e un carrello in cui il consumatore mette ciò di cui ha bisogno, riempendolo in vista di un menu personale, e pagando alla fine, puntualmente, alla cassa. Questa svolta, che fa della tv un shopping chart, mette in luce anche due altri aspetti rilevanti del futuro della televisione. Il primo è quello cui abbiamo già accennato di un forte processo di “singolarizzazione” non solo nel consumo, ma anche nel prodotto. Come ogni merce, infatti, anche la televisione deve alimentare l’impressione di rispondere alle esigenze espressive e identitarie dei singoli consumatori, proponendo percorsi di personalizzazione spesso più apparenti che reali. La televisione tende a parlare a singoli e a parlare di singoli (come ha cominciato a fare in generi come il talk show e l’infotainment, in cui ciò che viene presentato sono sempre dei “casi umani” individuali). Il secondo aspetto, contrario ma complementare, è un incremento del processo di globalizzazione sia dei prodotti che dei consumi. La televisione parla a tutti e di tutto (come hanno già cominciato a dimostrare i “format” più recenti, specie i giochi, che si possono vedere sugli schermi di tutto il mondo, e che sono suscettibili di ospitare qualunque situazione). Ciò che nasce dall’intersezione di singolarizzazione e globalizzazione è una “supercultura” (Lull 2000), caratterizzata da sincretismo, accumulazione (in nome dell’interesse e dell’emozione), sganciamento da una tradizione, assenza di quadri di interpretazione coerenti e fondati. Di qui alcune domande: che spazio potrà ancora avere nel futuro una televisione improntata a intenzioni “educative”? Quali soggetti potranno rilevare le funzioni di un “servizio pubblico” che soprattutto in Europa ha fatto la storia della TV ma che oggi appare in irreversibile declino? E più in generale, quali possibilità sopravviveranno per una televisione che non obbedisca semplicemente alle logiche di mercato?

6. Un possibile spazio d’azione

In questo quadro, può essere utile avanzare qualche riflessione sul ruolo che può giocare la Chiesa, o comunque i cattolici.

Innanzitutto, è opportuno sottolineare la necessità di una forte azione di formazione dei telespettatori. In un panorama così complesso come quello che sta emergendo, i rischi di smarrimento e di disagio possono essere assai ampi: nonostante l’apparente euforia legata all’abbondanza delle possibilità, il bisogno di orientamento sarà evidente. A questo proposito, anche un raccordo tra i ricercatori che si occupano dei fenomeni comunicativi può essere utile, sia per una comprensione dei processi in atto, sia per la messa a punto di progetti di formazione che rispondano alla realtà attuale.

In secondo luogo può essere opportuno chiedersi se le istituzioni ecclesiastiche (diocesi, conferenze nazionali, ecc.) debbano essere presente in prima persona nel panorama mediale, e in particolare nel panorama televisivo, o se si debbano limitare ad una azione di raccordo e sollecitazione, rivolta soprattutto agli operatori della comunicazione di ispirazione cristiana (o anche di formazione di questi operatori). Parallelamente, è opportuno chiedersi se una presenza in prima persona debba manifestarsi attraverso l’attivazione di “agenzie” di fornitura di contenuti, o debba anche manifestarsi attraverso l’attivazione di emittenti televisive (o mediali) dedicate. Per quello che riguarda l’Europa, i tradizionali interlocutori della Chiesa sono stati “servizi pubblici” nazionali, a cui fornire o a cui chiedere programmi religiosi: essi oggi sono tuttavia in crisi, come ho detto. Dunque la scelta di favorire la nascita di televisioni “dedicate”, che implica sul piano economico evidenti costi, può essere in qualche caso motivata dal restringersi dei tradizionali spazi concessi all’informazione religiosa. Aggiungo infine che questa opzione ne innesca altre: quale deve essere il profilo di queste eventuali emittenti “dedicate”? Debbono essere televisioni generaliste o televisioni tematiche? E debbono essere televisioni free o pay? In terzo luogo è opportuno sottolineare l’opportunità di una circolazione dei programmi di ispirazione cristiana; nonostante le difficoltà linguistiche, e nonostante la diversità delle culture, è importante farsi conoscere e conoscersi (oltre che realizzare delle necessarie sinergie economico-culturali).

Per concludere, vorrei sottolineare alcune opportunità legate alla televisione digitale. E’ chiaro che se la Chiesa decide di intervenire in modo più o meno diretto in questo campo, lo fa ai fini, e in rapporto a, il suo compito pastorale. Tenendo conto di questo elemento di fondo, può essere interessante tener conto di tre elementi congiunti.

Innanzitutto, in un paesaggio che prevede comunque una pluralità di soggetti attivi nell’arena mediale, è inevitabile pensare che l’attenzione dell’audience è legata alla “forza” con cui viene avanzata la proposta. In questo senso una identità cristiana ben riconoscibile costituisce un asset comunicativo, e non un punto di debolezza. Ciò è vero anche se ci spostiamo dal versante dell’emissione a quello della ricezione. Le identità dei soggetti contemporanei tendono a nascere da un lavoro di contaminazione tra quadri di riferimento diversi, quadri che vengono spesso forniti da fonti mediali (Giaccardi-Magatti 2003): parlare nell’agorà dei media significa dunque correre il rischio di mescolare il proprio linguaggio con linguaggi altri; una proposta “forte” aiuta far emergere assi di riferimento che facciano resistenza, o comunque diano una piega positiva, al lavoro di contaminazione che il telespettatore tende a compiere.

In secondo luogo i processi di “singolarizzazione” che i media favoriscono possono essere interpretati positivamente (con uno slogan dirò: la singolarizzazione può diventare “personalizzazione”). In particolare, l’interattività consente di accentuare la dimensione di “relazione” con il destinatario, che può essere trattato da “interlocutore” anziché da “utente” o da “consumatore”. Ciò comporta un grande investimento di energie sulla “gestione” dell’audience (investimento che si aggiunge a quello riservato alla predisposizione dei programmi), ma con un “guadagno” comunicativo assai consistente.

In terzo luogo, e più in generale, in un paesaggio mediale contraddistinto da rigidi parametri economicismi, attivare una programmazione televisiva (ed eventuali servizi ad essa connessa) nella logica non della conquista dell’audience, ma del “dono” personale, può costituire un forte elemento di distinzione. E può anche candidare, in una logica di sussidiarietà, a acquisire quelle funzioni fin qui riservate al servizio pubblico, che nella società di oggi non possono e non debbono essere perse del tutto.



Francesco Casetti
Direttore del Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo
Università Cattolica del Sacro Cuore
Milano


Riferimenti bibliografici

Pugliese Luigi, Next TV, Milano, Olivares, 2003
Giaccardi Chiara, Magatti Mauro, L’io globale, Bari, Laterza, 2003
Lull James, Media, Communication and Culture, Cambridge, Polity Press, 2000
Richeri Giuseppe, Broadcasting and Market: the Case of Public Television, mimeo, 2002
Commission of European Communities, Fourth report on Directive “Television without Frontiers”, 2003
Fausto Colombo (ed.) Tv and Interactivity in Europe. Mythologies, Theoretical Perspectives, Real Experiences, Milano, Vita e Pensiero, 2004
Fausto Colombo, Nicoletta Vittadini, Digitising Tv. Theoretical Issues and Comparative Studies across Europe, Milano, Vita e Pensiero, 2006

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